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Tematica: Vecchi posts : Blog salvasemi
Autore: Miche (11:39 am)
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Tra il 26 e il 28 luglio 2008 sono stato a Catabbio, frazione del piccolo comune di Semproniano in provincia di Grosseto. Dopo una breve sosta a Siena e una digressione verso Grosseto (avevo sbagliato l'uscita della superstrada), ho finalmente raggiunto le pendici del monte Amiata, a pochi chilometri dalla meta finale. Ad aspettarmi nel centro del paese c'era Rinaldo, organizzatore dell'evento insieme al nostro socio Roberto Imperiali, che però purtroppo era assente. Sono scortato fino alla meravigliosa tenuta dove avrei soggiornato. Mi dà una casetta con due bagni, un cucinino e due camere da letto, rustica e confortevole. Era sera, tutto intorno il buio più assoluto e un bellissimo cielo stellato, tanto limpido che si poteva vedere la Via Lattea. Dopo aver osservato lo spettacolo vado a letto. Il giorno successivo il tempo non è clemente. Un acquazzone tremendo si abbatte su Catabbio alle quattro, proprio quando ho appena allestito il banchetto di Civiltà Contadina sotto la tettoia dell'edificio della Pro Loco. Aspettiamo un po' per incominciare, ma l'acqua scende torrenziale e inizia a gonfiare i teli. Mentre aspettiamo il sole mi presentano il sindaco di Semproniano, Gianni Bellini, che mi dona due poster sulle oasi naturali della provincia di Grosseto, un volume sugli alberi monumentali della zona dell'Amiata, uno sui biotopi naturali grossetani e un libro molto interessante sulla storia dell'Olivone, un enorme pianta di olivo insita nel comune di Semproniano che pare abbia almeno 1800 anni. Però non spiove, la gente inizia a spazientirsi. E' una platea immensa rispetto a quanto ci si aspetterebbe in una frazione di un paese di milletrecento abitanti. Solo verso le cinque e mezza possiamo incominciare. Dopo aver esposto brevemente il concetto di Biodiversità e le azioni di Civiltà Contadina inizia il dibattito. Ne emerge una realtà veramente interessante. Nessuno ha da ridire sulla biodiversità in orticoltura, dato che il seed saving di varietà orticole è ancora molto diffuso nella zona. Nessuno stupore nemmeno a parlare di varietà antiche di frumento: tutti conoscono l'Abbondanza, il Gentil Rosso, il Frassineto, e tra l'altro molti li hanno coltivati. Riguardo le varietà commerciali, tutti sono un po' dubbiosi. Mi chiedono, ad esempio: ma è proprio vero che il grano della Barilla è migliore degli altri? Più conveniente mettere frumento o farro? La risposta è ovvia: dipende. Bisogna mettere varietà adatte alle condizioni climatologiche e geologiche in modo da avere rese migliori in quantità e qualità. Mi viene citato il caso estremo di un agricoltore che, avendo campi in zone diverse, utilizza decine di varietà diverse di frumento (gli stringerei volentieri la mano!). Infine, la platea degli agricoltori professionisti sfata il mito della produttività assoluta. Chi fa il buono e il cattivo tempo, in qualsiasi tipo di coltivazione, è sempre l'andamento climatico. Soprattutto nella coltura dei cereali da paglia, anno per anno, ci sono oscillazioni terrificanti nell'ordine di quintali per ettaro. Chiudiamo il dibattito con una constatazione: c'è spazio per coltivare varietà antiche o pregiate, non è vero che non producono come quelle moderne, se si è capace di coltivarle. Il problema è proprio la produzione: bisogna convincere i grossisti ad accettare il prodotto "strano", e di solito non ci si riesce. Quindi si ripiega sulla coltivaizone di varietà comuni, che però vengono pagate una miseria, tenendo conto delle spese per il mantenimento di un campo. A questo punto un commento interessantissimo: al giorno d'oggi è più conveniente coltivare bio che convenzionale perchè le spese per i concimi chimici e gli anticrittogamici sono ormai un lusso che gli agricoltori non possono permettersi. L'utilizzo esclusivo di mietitrebbia, trattore e aratro permette per lo meno di non andare in perdita. Cambiando gli strumenti da lavoro, questo vale anche per l'olivo, la vite e tutte più in generale le colture della zona. Il guadagno è talmente basso che ormai sono pochissimi a vivere di agricoltura. L'unico modo di uscire da questa crisi è quello di creare un circuito indipendente che valorizzi le produzioni di qualità, quelle strane, quelle antiche. Non essendoci ancora nella zona gruppi d'acquisto solidale, il problema è quello di trovare una scintilla per appiccare il fuoco della biodiversità ai piedi dell'Amiata. Questa occasione l'avrei individuata nella Sagra della Polenta (ebbene sì anche in Toscana fanno la polenta) che si svolge tutti gli anni l'ultima settimana di agosto o la prima di settembre. Già ora offrono ben 6 tipi di polente. Già per l'anno venturo io e Rinaldo abbiamo pensato di incrementare la portata della sagra facendola diventare un evento della Biodiversità. In pratica manderemmo alla Pro Loco farine di mais di mais antichi che proporrebbero accanto a mais più convenzionali. Poi, perchè no, anche farine per fare polente non necessariamente di mais (per esempio castagna o roveia). Nel contesto, potremmo fare una breve conferenza sulla storia e la biodiversità del mais come "antipasto". Nel frattempo ho lasciato i miei semi a disposizione del pubblico, che ha letteralmente saccheggiato la scorta dicendomi <<l'anno prossimo le porteremo il raccolto!>>. Molto interesse per i fagioli Toscani, di origine piemontese ma a quanto pare simili ad una cultivar locale, e per il mais Spinusa, penso il primo rostrato che si sia mai visto da quelle parti, per giunta nero. La Pro Loco poi mi ha offerto una cena molto sostanziosa e un servizio impeccabile per cui li ringrazio molto. Quindi sono tornato nella casupola a riposare e meditare sulla sagra della polenta. Il giorno successivo, con un po' di rammarico, ho caricato le mie cose sulla macchina e ho scrutato l'eccezionale panorama che si vedeva dalla tenuta, una skyline che andava dalla Corsica all'isola d'Elba, dal monte Argentario all'Agro Romano fino alla zona di Civitavecchia. Saluto Rinaldo e mi porto dietro un paio di chili di eccezionali prugne verdi che a casa mia non sono durate più di tre giorni. Poi affronto cinquecento chilometri e torno a Bergamo pensando che non vedrò mai più la polenta con gli stessi occhi. |
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Autore: Alberto Olivucci (2:13 pm)
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Vendere, distribuire, scambiare sementi in Europa è ancora illegale e da questa settimana è ancora più chiaro, dopo la condanna in Francia dell'associazione Kokopelli che ha ricevuto dal tribunale 35.000 € di sanzioni per aver commercializzato e diffuso varietà non iscritte ai registri. Da alcuni giorni sul sito www.kokopelli.asso.fr capeggia un documento che inneggia: Citoyens, au semences! (Cittadini, alle sementi!). La responsabilità di questa situazione viene addebitata giustamente alla politica che da una parte aderisce a tutti i trattati internazionali per la difesa della biodiversità e dall'altra ne scava la fossa tralasciando che queste leggi siano operative sul suolo dell'Unione. Per cui una associazione che non ha finalità di lucro e che invece ha come finalità quella di conservare una collezione vivente di 2.500 varietà e che campa per fare questo anche dalle vendite di semi viene punita. Da chi? Da una grande compagnia sementiera, Baumaux da cui non comprerò mai più nemmeno una bustina di semi anche se nemmeno se ne accorgerà dato che vende già per 800.000 € di profitti annui, e dalla associazione delle ditte sementiere francesi, che incasseranno i danni oggetto della sanzione comminata a Kokopelli. La causa è tutta giocata sul fatto che sul sito internet di Kokopelli sono, o meglio erano, esposte e vendute molte varietà non iscritte al registro europeo delle varietà ammesse alla vendita. Eppure queste varietà erano regolarmente coltivate da agricoltori biologici, tutte certificate come da agricoltura biologica, sono varietà conosciute perché già ampiamente descritte sia da Kokopelli sia da altre associazioni di seed savers, sono spesso antiche varietà. Un peccato che si sia perduta un'occasione simile, la causa era andata altalenando, fra torto e ragione (la prima vinta da Baumaux, il ricorso da Kokopelli, la definitiva da Baumaux e associazione sementieri francesi). Poteva essere la volta buona per una giurisprudenza positiva. Invece la repressione "frodi" ha avuto la meglio. La biodiversità come frode, la frode dei semi manipolati come futuro, un mondo sottosopra senza più ragionevolezza, l'amore per la felicità delle persone che ci abitano in questo mondo è finito, l'amore per il dio denaro e la sua adorazione è diventato l'ago di ogni bilancia, anche quella della giustizia. |
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Autore: logico (6:13 pm)
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<div align="left"><p><strong>AMBIENTE, 3 MLN DI ETTARI DI COLTURE TAGLIA INQUINAMENTO IN MENO. </strong></p><p align="justify">Nell'ultimo quarto di secolo sono andati persi tre milioni di ettari di terreno coltivato con funzione antismog nei confronti dei gas ad effetto serra ed altri inquinanti. E' quanto afferma la Coldiretti che, nel commentare il rapporto Apat , sottolinea che ogni anno vengono persi mediamente oltre 120mila ettari di colture capaci di assorbire anidride carbonica (CO2) a vantaggio di altre destinazioni soprattutto urbane ed industriali. La campagna - sostiene la Coldiretti - rappresenta un serbatoio di aria pulita indispensabile per combattere lo smog nelle città che va difeso nei confronti dell'urbanizzazione selvaggia. Peraltro, il terreno sottratto all'attività agricola comporta anche gravi problemi di natura idrogeologica che - precisa la Coldiretti - mettono a rischio la stabilità del territorio. L'attività agricola - conclude la la Coldiretti - non svolge dunque solo una funzione economica ma anche un importante ruolo dal punto di vista paesaggistico ed ambientale che deve essere adeguatamente valorizzato puntando sull'impresa e sulla sua capacità di presidio del territorio. luigi</p></div> |
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Autore: Alberto Olivucci (7:57 pm)
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Oggi ho consegnato una bozza credo molto vicina alla definitiva di una scheda per descrivere le varietà locali i cui semi sono in conservazione presso noi soci. Perché una schedatura: intanto perché da quando ci scambiamo semi via posta assomigliamo molto ai seed savers di oltreoceano ma non riusciamo a creare un vero conservatorio della biodiversità della civiltà contadina, perché le nostre varietà locali non sono come i semi degli emigranti statunitensi. Le nostre varietà sono un tuttuno con il territorio in cui sono state selezionate dagli agricoltori, non sono elementi sradicati e ripopolati altrove, sono spesso li da tempi lontani e costituiscono la base del tessuto agriculturale. Quanto è arrivata la cultura dell'agroindustria a imporre le sue razze e i suoi semi molto è cambiato e le campagne sono mutate. Come muteranno con i mutanti ogm è da vedere, certamente gli ogm favoriscono le grandi aziende piuttosto che le piccole. La biodiversità delle varietà locali invece favoriscono le piccole dimensioni aziendali e rendono possibile un nuovo rinascimento agricolo basato su vendita diretta e nuovo "breeding" che uscirà nuovamente dalle mani degli agricoltori. Però conservare una varietà locale è conservare una ricchezza del territorio, qualcosa che ha a che fare con ricordi e tradizioni. Separare un seme dal suo territorio e dalle sue conoscenze correlate significa ridurlo a generica risorsa genetica, utile solo a un laboratorio come base di partenza per ibridazioni e estrazioni di materiale da riselezionare a linea pura. Ecco perché la nuova scheda accompagna alla descrizione del seme e della pianta conoscenze che derivano dalla coltivazione e gli usi, possibilmente le ricette più tipiche e gli areali storici di diffusione. Da questa scheda sarà organizzato un archivio dati elettronico nel sito di Civiltà Contadina, accessibile solo ai soci come altri servizi li contenuti, che permetterà di capire chi e cosa realmente conserva e ogni gruppo locale arriverà presto a conservare le sue proprie varietà, quelle del proprio territorio, perché i semi non sono di nessuno, ma sono della terra in cui sono coltivati da decenni. Un tempo gli indiani d'America ridevano dei bianchi che pensavano di acquistare la terra con denaro. A chi gli chiedeva perché di quel riso potevano rispondere: "È come se le pulci potessero dire: questo cane su cui stiamo è nostro. La terra non è di nessuno, siamo noi che siamo della terra" E se il territorio in cui siamo non ha più semi, o frana perché il terreno non ha agricoltori che lo curano, e l'aria è dannosa perché inquinata e infine l'acqua dei fiumi scompare e si deve bere acqua in bottiglia portata da lontano, allora quel territorio ha perduto ogni suo valore e la gente che ci abita sopra vive male anche se ricca. |
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Autore: Alberto Olivucci (5:26 pm)
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I miei tempi sono sempre più pieni. Oggi ho dedicato una giornata ai semi della mia vallata. Sono stato chiamato a Ancona per discutere l'iscrizione di questi semi nel registro regionale. Si tratta delle varietà ritrovate in Val Marecchia con un progetto intestato a Civiltà Contadina dal nome intrigante "Geni in Campo". Circa 40 fra ortive, cereali e frutti, un elenco incompleto certo perché non aggiornato dal 2003 in poi, quando ancora non conoscevo i vitigni, altri frutti e ortaggi che ho scoperto più tardi. Mi sono presentato alla commissione che accoglie le domande di iscrizione al registro regionale delle varietà contadine, ho portato un po' dei miei racconti, ho parlato di Civiltà Contadina, ho descritto ciò che avevo trovato. Presto gli invierò dei semi per provare in campo cosa sono realmente, per testare il loro stato di salute e produttività. Naturalmente tutto ciò fa parte della mia vita no profit, mi dedico alle sementi, le mie energie dedicate alla conservazione della biodiversità, oltre a un viaggetto di quasi 300 km. Vorrei tanto che sulla base di queste esperienze anche altri soci la dove le leggi regionali di protezione sulla biodiversità agricola locale funzionano iscrivessero le varietà ritrovate negli appositi registri. Spesso ciò equivale solo a un costo, però solo così il ciclo è completo, solo così siamo conservatori di sementi, non per tenercele per noi stessi, ma per ridarle al territorio, per ridarle ai campi. |
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Autore: logico (10:22 pm)
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<p align="justify">I risultati della consultazione confermano la crescente opposizione dei cittadini italiani al biotech nel piatto e richiedono una assunzione di responsabilità ai massimi livelli di governo per proteggere il Made in Italy dal rischio di contaminazioni. E' quanto afferma la Coldiretti in occasione della presentazione del bilancio della Consultazione nazionale su Ogm e modello di sviluppo agroalimentare, promossa dal 15 settembre al 15 novembre dalla Coalizione ItaliaEuropa - liberi da Ogm. L'obiettivo - continua la Coldiretti - deve essere ora quello di valorizzare le produzioni del territorio e di difenderle dalla omologazione e dalla delocalizzazione per una agricoltura che guarda al mercato e risponde alle domande dei cittadini, che chiedono di consumare alimenti di qualità, con un forte legame territoriale. Un impegno - prosegue la Coldiretti - sul quale sta crescendo la consapevolezza in Europa dove l'Italia ha una ragione in più, per difendere la scelta di evitare a livello nazionale di coltivare produzioni Ogm, perché può vantare i primati raggiunti sul piano della qualità, sicurezza alimentare ed ambientale. Una impresa biologica europea su tre è italiana (37,7%) con la superficie nazionale coltivata a biologico che rappresenta più di un quarto (27,7%) del totale coltivato a livello Ue mentre l'agricoltura nazionale - precisa la Coldiretti - detiene anche la leadership europea con ben 163 denominazioni di origine italiane riconosciute nell'albo comunitario sul totale di 756 (21,5 per cento). Ma l'Italia ha anche - continua la Coldiretti - il record assoluto del 98,5 per cento dei campioni di frutta e verdura con residui di fitofarmaci al di sotto dei limiti di legge che conferma gli ultimi risultati pubblicati dalla Commissione Europea dai quali emerge che la frutta e la verdura Made in Italy sono le più sicure in Europa con una presenza di residui chimici nettamente inferiore a quella di altri Paesi produttori dove le irregolarità rilevate per i prodotti alimentari sono superiori di tre volte in Germania, quattro volte in Francia e Spagna e di oltre 6 volte in Olanda. Dall'Indagine 2007 COL DIRE TTI-SWG “Le opinioni di italiani e europei sull'alimentazione” emerge che due italiani su tre (67 per cento) che esprimono una opinione ritengono che i prodotti alimentari contenenti Organismi geneticamente Modificati (Ogm) siano meno salutari rispetto ai prodotti tradizionali e tale percentuale è alta tra i giovani e i laureati tra i quali diminuiscono peraltro gli indecisi. La stessa diffidenza - conclude la Coldiretti - si registra anche in altri paesi europei come Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna dove la percentuale dei “preoccupati” è in media del 63 per cento. </p> |
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Autore: logico (1:32 pm)
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Autore: logico (9:10 am)
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Chi ha vissuto negli anni scorsi l’esordio della lenta rivoluzione del biologico non può non intravedere nella crescente diffusione del commercio equo e solidale e ciclo corto una profonda analogia.
In entrambi i casi, la scelta di una fascia di cittadini, di modificare in maniera consapevole i propri consumi ha determinato profondi cambiamenti nel mondo produttivo e negli scambi commerciali. Ed è questo forse il risultato più rilevante ottenuto dai sostenitori del commercio equo e solidale e del ciclo corto.
Tutte iniziative che si traducono in un concreto sostegno ai piccoli produttori.
In realtà anche dalle nostre parti esiste una larga fascia di piccoli produttori che proprio per le loro dimensioni vengono ogni giorno di più emarginati dal mercato; un esempio tra tanti sono i produttori di olive e olio extra vergine della zona conca barese che da anni si tramandano di padre in figlio e vedono adesso tutto cadere rovinosamente a pezzi... Sarebbe auspicabile innestare nel discorso dell’equo-solidale e del ciclo corto anche questi piccoli produttori . Vogliamo lavorare anche sull’equo solidale e ciclo corto nazionale? C’è tanto da fare, sicuramente,si puo' iniziare acquistando direttamente dai piccoli produttori innestando il cosiddetto(ciclo corto)di vendita.
Luigi, piccolo produttore contadino.email: luigi1238@hotmail.com |
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Autore: Alberto Olivucci (5:27 pm)
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Perché le vecchie varietà di grano si estinguono?
Ne abbiamo parlato tante volte ma ora lo posso fare con il grano nel sacco. Il Frassineto che ho seminato nel mio campo è maturato e alla prima trebbia disponibile che ho potuto trovare ho battuto. Che dire, uno dei raccolti più scarsi della mia storia di contadino, nello stesso campo con il grano Abbondanza, che è certamente un altrettanto antico grano con un po' di genetica del Frassineto stesso dentro, avevo fatto 20 quintali ca. Oggi ho raccolto si e no 3 quintali. Ma allora i grani antichi non producono? Si, produrrebbero se i cinghiali non distruggessero e le trombe d'aria non mietessero prima che arrivi la falce. Ecco com'era il mio campo
Non tutto era così ma almeno due terzi. Il resto del grano in piedi aveva perso parte della spiga a causa del vento forte. Una specie di tromba d'aria ci ha colpiti qui nella zona e ai miei vicini ha procurato danni alle abitazioni. Ora il vento è tranquillo ma durante le ultime due notti i cinghiali, coperti dal fracasso della tempesta di vento, hanno scorazzato per il campo di grano riducendolo a un campo di battaglia. Per la quantità di grano che ho raccolto non valeva la pena nemmeno chiamare la trebbiatrice, però era Frassineto, un grano da salvaguardare, e allora ho voluto spendere lo stesso. Ma ora credo che facendo i conti dovrò ammettere che era meglio farmi furbo come altri, aspettare un'altra notte perché i cinghiali finissero la loro mietitura e poi chiedere i danni alla regione, la quale mi avrebbe pagato fra un paio di anni circa la metà del valore del campo ma almeno qualcosa mi tornava in cassa. Ora invece avrò qualche sacchetto di grano antico nel magazzino e un buco nel portafoglio. Si ringrazia chi lascia indisturbati questi maiali selvatici di fare danni onerosi a chi abita le campagne e alla biodiversità da proteggere.
Con questo non mi voglio lamentare di nulla. La vita di campagna è difficile, lo si sa, non meno di quella di città, altre difficoltà certamente. Una cosa che non riesco a sopportare è che i raccolti non vadano a buon fine. Un campo di grano è un qualcosa di evocativo, nonostante il rischio anche quest'anno non sono riuscito a rinunciare alla poesia di vederlo crescere e svettare in direzione del cielo, maturare e diventare biondo come i capelli della Terra. Se potevo lo avrei difeso con tutti i mezzi, ma i maiali selvatici non si possono cacciare perché la legge mi punirebbe con sanzioni forti e nemmeno spaventare perché non hanno nessuna paura dell'uomo, i recinti li buttano giù ... e poi chi può fermare il vento? E quindi prendo ciò che viene, senza lamentarmi, gioendo che, anche se solo per un sacco di grano antico, ho fatto qualcosa di utile. Spero che agli altri 4 soci a cui ho distribuito lo stesso Frassineto da seminare sia andata meglio.
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Autore: Miche (2:20 pm)
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Lo scorso inverno sono riuscito a fare arare l'unico pezzo del mio terreno in cui poteva passare un mezzo meccanico. Si tratta di un ex prato di circa 600 mq, a circa cinquanta metri da casa mia, misurati tutti in salita. Inizialmente volevo adibirlo a campo di cereali, ma poi ho scoperto il rivoluzionario metodo Fukuoka e allora ho deciso di utilizzare lo spazio arato per colture miste bisognose di luce e di calore.
Come al solito, però, ho fatto le cose a metà e a novembre ho seminato un po' del meraviglioso frumento Frassineto che Alberto in persona mi donò durante un soggiorno a Ca' del Santo.
Per tutto il periodo natalizio, fino almeno a febbraio inoltrato, quel fazzoletto di terra di color verde smeraldo è stato il mio orgoglio, e lo mostravo a tutti da lontano dicendo: <<Guarda che differenza di colore con gli altri prati!>>.
Qualcuno inizierà a chiedersi: come da lontano?
La risposta è abbastanza eloquente in queste immagini scattate una quindicina di giorni fa, quando il frumento non era ancora maturo:
Basta trovarsi in un posto favorito dei paesi che si vedono da lassù e puntare al campo con un dito...
Qui, nonostante il rumore del traffico e delle segherie, è bellissimo anche lavorare, soprattutto nelle ore del tardo pomeriggio, quando il sole si accomoda sui monti e lascia spazio alla sera (da notare l'alone "mistico", quasi dei fantasmi che volteggiano sul grano, nell'ultima foto, che rappresenta l'ovest). Un appuntamento a cui manco raramente.
Il nord non l'ho fotografato. Perché? Semplicemente c'è una siepe che mi copre dai venti freddi che scendono dall'Alta Valle Seriana e mi separa da un parco giochi. Tra quelle foglie, tra l'altro, si annidano fringuelli beffardi che mi hanno mangiato metà raccolto di frumento.
Ecco la visuale totale del campo.
Nella parte ad ovest c'è il mucchio di un letame regalato da un vicino contadino, ormai coperto di luffa, anguria luna e stelle, lagenaria e zucca Atlantic Giant, cioè quella gigante. Quest'anno voglio ottenere frutti abbastanza grossi da poterci entrare con tutto il corpo. Nel frattempo continuo a curare l'ambiente e ad impollinare zucche. Separate da file di mais, ho seminato anche altre varietà: la zucca Trumba e la Rugnusa, tipiche della Bergamasca, essenzialmente da riproduzione, oltre che la Marina di Chioggia e la Tonda Padana, meritevoli da un punto di vista gastronomico. Ho provato anche a seminare il sorgo, ma senza risultati. In compenso ne ho un po' di più per l'ocra albanese donatami da Emanuele da Cortona, che cresce a vista d'occhio, e da qualche pianta di pomodoro e melanzana bianca.
Ad est ci sono i meloni, consociati a rapanelli, alchechengi commestibili, spinaci selvatici, ramolacci e qualche pianta di pomodoro Long Keeper, una varietà che si conserva in inverno.
Appartenenti al passato sono ormai le bellissime piante di aglio gentilmente donato da Angelopassalacqua, cresciuto miracolosamente nonostante un assedio da parte della falsa artemisia. Idem per le fave invernine inviate da Danila, ormai raccolte e conservate come semenza per l'anno venturo.
Restano almeno 300 metri quadri che non ho citato, che sono ancora la mia croce. Infatti in inverno ho seminato l'avena del consorzio per tenere a bada le erbe infestanti invernali. La volevo sfalciare nel periodo della fioritura per ottenere oltre che paglia anche una aratura naturale del suolo con apporto di sostanza organica mediante la decomposizione delle radici. In parte ha funzionato, ma nel giro di qualche mese è ricresciuta. Si trattava probabilmente delle piante che non erano ancora fiorite, e sono ancora molte. Adesso sto impazzendo per tenerle a bada prima di seminare la prossima coltura: i fagioli. Ne consumiamo molti in famiglia, ai miei amici piacciono parecchio cotti alla "bud spancer" con cipolla e polpa di pomodoro, in più arieggiano e fertilizzano il terreno, quindi perchè non approfittarne per fare qualche chiletto di semi? Adesso sto finendo di raccogliere la sessantina di verghe che mi mancano per ottenere tutti i tutori di cui ho bisogno. La superficie si è ulteriormente estesa dopo la mietitura del frumento, che ora è nel capanno ad asciugare e ad aspettare di essere trebbiato. Nel frattempo a darmi una mano con topi e uccelli scroccatori ci sarebbero loro.
Sfruttare la ferinità del gatto contro gli animali parassiti è un vecchio metodo che utilizzavano già gli antichi Egizi per i loro depositi di frumento. L'unico problema è che preferiscono cibarsi da mia nonna che li rimpinza di crocchette, ritagli di cotoletta, polpettine e altre prelibatezze. Ogni tanto però mi portano davanti a casa piume e carcasse di uccello come per dire: piccole tigri eravano in riva al Nilo, e lo siamo tuttora anche se tu non sei Ramsete II. |



Alberto
Blog salvasemi
Foto blog piantestrane
Il presidente ;-)


Non tutto era così ma almeno due terzi. Il resto del grano in piedi aveva perso parte della spiga a causa del vento forte. Una specie di tromba d'aria ci ha colpiti qui nella zona e ai miei vicini ha procurato danni alle abitazioni. Ora il vento è tranquillo ma durante le ultime due notti i cinghiali, coperti dal fracasso della tempesta di vento, hanno scorazzato per il campo di grano riducendolo a un campo di battaglia. Per la quantità di grano che ho raccolto non valeva la pena nemmeno chiamare la trebbiatrice, però era Frassineto, un grano da salvaguardare, e allora ho voluto spendere lo stesso. Ma ora credo che facendo i conti dovrò ammettere che era meglio farmi furbo come altri, aspettare un'altra notte perché i cinghiali finissero la loro mietitura e poi chiedere i danni alla regione, la quale mi avrebbe pagato fra un paio di anni circa la metà del valore del campo ma almeno qualcosa mi tornava in cassa. Ora invece avrò qualche sacchetto di grano antico nel magazzino e un buco nel portafoglio. Si ringrazia chi lascia indisturbati questi maiali selvatici di fare danni onerosi a chi abita le campagne e alla biodiversità da proteggere.
Con questo non mi voglio lamentare di nulla. La vita di campagna è difficile, lo si sa, non meno di quella di città, altre difficoltà certamente. Una cosa che non riesco a sopportare è che i raccolti non vadano a buon fine. Un campo di grano è un qualcosa di evocativo, nonostante il rischio anche quest'anno non sono riuscito a rinunciare alla poesia di vederlo crescere e svettare in direzione del cielo, maturare e diventare biondo come i capelli della Terra. Se potevo lo avrei difeso con tutti i mezzi, ma i maiali selvatici non si possono cacciare perché la legge mi punirebbe con sanzioni forti e nemmeno spaventare perché non hanno nessuna paura dell'uomo, i recinti li buttano giù ... e poi chi può fermare il vento? E quindi prendo ciò che viene, senza lamentarmi, gioendo che, anche se solo per un sacco di grano antico, ho fatto qualcosa di utile. Spero che agli altri 4 soci a cui ho distribuito lo stesso Frassineto da seminare sia andata meglio.

Basta trovarsi in un posto favorito dei paesi che si vedono da lassù e puntare al campo con un dito...
Qui, nonostante il rumore del traffico e delle segherie, è bellissimo anche lavorare, soprattutto nelle ore del tardo pomeriggio, quando il sole si accomoda sui monti e lascia spazio alla sera (da notare l'alone "mistico", quasi dei fantasmi che volteggiano sul grano, nell'ultima foto, che rappresenta l'ovest). Un appuntamento a cui manco raramente.
Il nord non l'ho fotografato. Perché? Semplicemente c'è una siepe che mi copre dai venti freddi che scendono dall'Alta Valle Seriana e mi separa da un parco giochi. Tra quelle foglie, tra l'altro, si annidano fringuelli beffardi che mi hanno mangiato metà raccolto di frumento.
Ecco la visuale totale del campo.
Nella parte ad ovest c'è il mucchio di un letame regalato da un vicino contadino, ormai coperto di luffa, anguria luna e stelle, lagenaria e zucca Atlantic Giant, cioè quella gigante. Quest'anno voglio ottenere frutti abbastanza grossi da poterci entrare con tutto il corpo. Nel frattempo continuo a curare l'ambiente e ad impollinare zucche. Separate da file di mais, ho seminato anche altre varietà: la zucca Trumba e la Rugnusa, tipiche della Bergamasca, essenzialmente da riproduzione, oltre che la Marina di Chioggia e la Tonda Padana, meritevoli da un punto di vista gastronomico. Ho provato anche a seminare il sorgo, ma senza risultati. In compenso ne ho un po' di più per l'ocra albanese donatami da Emanuele da Cortona, che cresce a vista d'occhio, e da qualche pianta di pomodoro e melanzana bianca.
Ad est ci sono i meloni, consociati a rapanelli, alchechengi commestibili, spinaci selvatici, ramolacci e qualche pianta di pomodoro Long Keeper, una varietà che si conserva in inverno.
Appartenenti al passato sono ormai le bellissime piante di aglio gentilmente donato da Angelopassalacqua, cresciuto miracolosamente nonostante un assedio da parte della falsa artemisia. Idem per le fave invernine inviate da Danila, ormai raccolte e conservate come semenza per l'anno venturo.
Restano almeno 300 metri quadri che non ho citato, che sono ancora la mia croce. Infatti in inverno ho seminato l'avena del consorzio per tenere a bada le erbe infestanti invernali. La volevo sfalciare nel periodo della fioritura per ottenere oltre che paglia anche una aratura naturale del suolo con apporto di sostanza organica mediante la decomposizione delle radici. In parte ha funzionato, ma nel giro di qualche mese è ricresciuta. Si trattava probabilmente delle piante che non erano ancora fiorite, e sono ancora molte. Adesso sto impazzendo per tenerle a bada prima di seminare la prossima coltura: i fagioli. Ne consumiamo molti in famiglia, ai miei amici piacciono parecchio cotti alla "bud spancer" con cipolla e polpa di pomodoro, in più arieggiano e fertilizzano il terreno, quindi perchè non approfittarne per fare qualche chiletto di semi? Adesso sto finendo di raccogliere la sessantina di verghe che mi mancano per ottenere tutti i tutori di cui ho bisogno. La superficie si è ulteriormente estesa dopo la mietitura del frumento, che ora è nel capanno ad asciugare e ad aspettare di essere trebbiato. Nel frattempo a darmi una mano con topi e uccelli scroccatori ci sarebbero loro.
Sfruttare la ferinità del gatto contro gli animali parassiti è un vecchio metodo che utilizzavano già gli antichi Egizi per i loro depositi di frumento. L'unico problema è che preferiscono cibarsi da mia nonna che li rimpinza di crocchette, ritagli di cotoletta, polpettine e altre prelibatezze. Ogni tanto però mi portano davanti a casa piume e carcasse di uccello come per dire: piccole tigri eravano in riva al Nilo, e lo siamo tuttora anche se tu non sei Ramsete II.